Niente. È la cosa che fa più paura, pensare che non ci sia niente che renda speciale la nostra esistenza. Così che diventa normale avere il dubbio di qualcosa che abbiamo inventato e al quale diamo il compito di dare uno scopo, un senso alla nostra vita. Ed è così che possiamo vedere filosofi che discutono sull’esistenza di Dio, fedeli la cui fede vacilla, vite il cui senso è espiare una colpa immaginaria e che quindi rende la ricerca vana. Ecco perché la fede non è collettiva ma privata, altrimenti non potrebbe esistere. Non che la scienza possa dare più senso alla vita. Per qualche ragione, però, dobbiamo darci uno scopo, dobbiamo inseguire qualcosa più grande di noi e, se non c’è, lo troviamo in qualcosa di irrazionale.

Perché invece non ci chiediamo perché Dio esisterebbe? Forse perché ci addolcisce il dolore. Abbiamo il bisogno di mettere a tacere il sentimento di Empatia che ci accompagna tutta la vita, e abbiamo chiamato peccato il non ascoltarlo. Perché siamo così egoisti che vogliamo giustificarci, anzi, vogliamo il diritto di assecondare la nostra empatia nonostante le conseguenze. Non vogliamo sentire il dolore derivato dal tradimento della compassione, abbiamo deviato il senso di giustizia e lo abbiamo esteso a tutti. Al punto che non ci sono regole, al punto che tutti sono degni di essere salvati allo stesso modo, niente è sacrificabile. Perché non vogliamo essere sacrificabili. E così siamo risparmiati dalla compassione ma uccisi dalle catastrofi, che non dipendono dagli uomini; magari da Dio, forse dalla Natura o, meglio, dal Demonio. Siamo così egoisti che la colpa non è mai nostra, anzi, è sempre nostra ma la espiamo privatamente con Dio che poi ci perdona.

Ma la realtà è che l’unica cosa che porta la colpa, sono le conseguenze. La realtà è che gli altri hanno il diritto di non essere salvati dal nostro Dio. La realtà è che Dio è un’interpretazione della realtà, ma non la realtà. La realtà è che nessuno è speciale perché ognuno di noi fa la differenza.

 

 

La vita va avanti veloce, d’inerzia e di sogni. Sono un gran sognatore, perlopiú ci vivo nei sogni e, anche se non modellano la mia vita, questa li segue e non s’incontreranno mai, se non a metá strada. La vita scorre da sé e certe volte mi ritrovo a guardarla indietro, mi compiaccio nel vedere il dislivello guadagnato, poi trasalgo al confronto con quello ancor piú ripido che mi separa dalle vette.
Quante cose ho ad oggi dimostrato, forse ho composto solo un’immagine che gli altri hanno di me ma che io non ho mai compreso fino in fondo. Questa volta non si tratta di capire la mia essenza, ma ció che sono per il mondo: vorrei poterlo fare indissolubilmente mio e destreggiarmi tra la certezza. Cosa che non potró mai avere finché ci sará da imparare, da dimostrare e da sognare.
Correvo forte per affrontare un nuovo mondo, ad occhi chiusi per paura di scoprirmi ultimo, tanto che mi son strappato da me stesso, ho lasciato quel che volevo per lasciar spazio a quel che dovevo volere. Ma non m’importa, perché la vita é cosí bella che anche se cerchi di cambiare alla fine devi fare i conti con chi sei. Ed io sono quello che si é mostrato agli altri dimostrando, senza saperlo. E inconsapevolmente ora posso continuare a farlo. Avró corso dieci anni, per poi capire ancora una volta che il mondo si plasma in conseguenza di me, ma non al mio comando, come la scia d’acqua al passaggio di un’anatra e il formarsi delle stelle quando guardo l’universo.

[in risposta a Marco Travaglio, Milano da rubare]

Non riesco a scrivere nemmeno un aspetto per cui l’amo per quanti se ne affollano nella mente e dai quali insistentemente sfuggo per non commuovermi. Potrei iniziare da quando apro gli occhi, al mattino, mi trovo sull’unica culla dovre vorrei passare la mia vita intera. Il profumo del caffè che sgorga dalla moka già basta a ricordarmelo. Prenderlo insieme alla mia famiglia per la quale è la cosa più normale del mondo basta a farmi commuovere. Uscire e sentire freddo mi irrita perché amo il sole e lo scoppiare di vita che so in primavera sarà stupendo qui, nel mio Paese; allora non c’è malessere migliore. Se devo star male, soffrire qui eleva il mio spirito e la mia mente. Alla fine racchiude una bellezza irraggiungibile altrimenti. Vivere tra le persone più grandi della storia, o camminare sulla loro scia, mi rende orgoglioso, soprattutto perché mi sento tra di loro, piccolo gruppo di menti straordinarie in mezzo ad un oceano di depravazione e materialità. Non so spiegare quanto amo loro che mi amano comunque, “amor ch’a nullo amato amar perdona”. Quando assaggio un frutto di questo amore (un libro, un quadro, un brano, un film, la nostra costituzione sopra tutto) non posso non commuovermi. E ancora amo parlare in italiano con italiani, andarci al nostro mare, sulle nostre montagne, nei nostri boschi, laghi, fiumi, correre tra i fiori, visitare i luoghi storici, i paesini, le città, le chiese, i musei, andare a teatro, a passeggiare, a trovare gli amici. Mangiarci insieme, adoro mangiare e cucinare i nostri piatti, anche gli altri italiani lo adorano. Adorano festeggiare, cantare, ballare, ubriacarsi del nostro vino poi abbracciarsi e volersi bene. Il “volemose bene” non danneggia nessuno. Amare la propria famiglia è stupendo, considerare l’Italia la propria famiglia è immenso. E fare ciò non significa affatto voler fare la guerra agli altri popoli o considerarli inferiori, anzi, star bene dentro comporta irradiare felicità, considerare ogni popolo nostro amico col quale condividere l’infinita bellezza della Terra.

L’Italia non sono i nostri depravati politici, l’inseguimento del denaro, della salute eterna, l’Italia non è la mafia, la corruzione, il degrado, la tristezza. L’Italia sono io. Con tutti i miei difetti che devo combattare per diventare migliore. La cosa più bella che mi sia capitata è nascere qui e sono orgoglioso di dover combattere per l’Italia, sono orgoglioso di essere italiano.

Ma tu queste cose le sai già perché anche te ami l’Italia, combatti per renderla migliore invece di scappare, la ami perché credi che non esista altro posto al mondo dove saresti così felice.

Non credo che morire per un ideale sia una questione di mentalità del periodo storico, la morte è la stessa per tutti, la vita ha lo stesso immenso valore per tutti. Affermare che oggi sia impensabile morire per un ideale significa che la nostra vita vale più di quella di chi muore per qualcosa, io penso l’esatto contrario. Donare la vita per l’Italia, significa morire per amore, non di una terra né di un sogno vano, significa morire per gli altri, per me, per te. Tutti noi dovremmo provare un amore del genere. Ed essere orgogliosi che altri ci abbiano amati così, senza neppure mai incontrarci.

Viva l’Italia. Viva noi.

Salire e scendere i gradini di casa per poi ritrovarsi al freddo fuori, il vento spira dal rigido cielo plumbeo, ove a tratti vi affiorano gonfi sprazzi d’azzurro. La consistente penombra dell’aria è solcata da scintille candide, quasi fossero di neve. Il gelido profumo dell’aperto cela felicità, fresca e zampillante. So dove sto andando, so che il flebile canto remoto è cedevole a rompersi, so che l’impegno ad essere migliore mi salverà. Ma la mia mente persa nell’evanescenza d’un Paradiso intuìto non sa rendersi conto. Perché la realtà è separata dal mio corpo, vorrei lacerasse i pensieri e gettasse l’ancora in me.

Il malessere s’attacca allo stomaco e come una piovra l’avvinghia, immerso nell’oceano la corrente scuote un corpo inerme e immortale. Piccolo, ch’è una granello di sale in tutta l’acqua del mondo, dispone ogni molecola dell’universo e la mente non può renderesene conto. In egli il male oscura lo spazio, nelle sue mani ella accende l’alba in questo e in ogni altro pianeta, le stelle possono vibrare, i granelli di sale cadergli dagli occhi nelle lacrime infuocate d’arancio. Per tutto il viaggio la meta innanzi e ogni parte del creato attorno, l’anima dentro.

Essere eternamente nulla senza voler scomparire. Lasciarsi colorare a piccole gocce la propria vita. Lasciarsi sopraffare dalla più bella facendola espandere nell’infinita oscurità. Perderla. Osservare il mondo risucchiarsi l’intera luce, vomitare lacrime e sangue per poi cadere fragorosamente. Guardarsi intorno e scorgere solo terra e buio. Camminare centomila chilometri trovando ogni cosa incassata, come te, nella terra arida. Non aver bisogno dell’acqua per camminare. Avere sete ed essere eternamente nulla con la voglia di scomparire. Camminare ancora e ancora per cercare acqua, goccia dopo goccia quando ognuna brucia dentro e non v’è modo d’estinguerla. Vagare e divagare senza più una meta, vagare e divagare incollandosi brandelli e vederli ristrapparsi e ancora vagare e divagare con la speranza di trovare, prima o tardi, un’escrescenza sulla quale inciampare.
Persone, capelli, occhi, labbra, parole e fumi nella memoria. Solo gente con la pelle sporca di fuliggine. Gli spazzacamini son brutti e si confondono con il buio della notte. Solo drammi occorrono nella vita, solo cenere si può incontrare a questo punto. E si incontra un essere affumicato, ancor più irritante degli altri, l’unico suo pregio è che s’eclisserà presto nell’oscurità, come tutti.
Lei è bella, certo, come tutti. Lei si muove come non dovrebbe, lei è una goccia d’acqua che brucia dentro come ogni altra, è palese. Scoprire che non è così, lei può salvarti. Non conoscere il disegno dell’intero puzzle, ma riconoscere il tassello vicino, col quale ci s’incastra perfettamente. Non esser capaci di assemblare un puzzle. Abbandonarlo in soffitta.
Mangiare senza bere. Tralasciare la boria quando serve e agire d’orgoglio in picchiata. Battere la testa, perdere speranze, consumare vita. Ingannarsi, voler raggiungere l’epilogo. Alla fine non importa più niente.
Sapere che ti ama.

Perché, s’io volessi, ti possa irridere
perché, s’io volessi, alla morte mi possa disporre
perché, s’io volessi, possa ancor tacere
perché, s’io volessi, questi versi possa comporre
perché, s’io volessi, possa restare tutta la vita in prigione
perché, s’io volessi, possa fare quel che gli altri dicono
perché, s’io volessi, possa in ogni dove pagar la pigione
perché, s’io volessi, possa immaginare ciò che non sono
perché, seppur volessi, per voluttà,
non possa mai sposarti
e così agli altri toglierti.
Per questo più di me t’amo, libertà

“Stavo volando per i cieli di Roma come al solito in cerca di cibo, io passo le mie giornate a raccattare briciole. A volte resto in aria per ore a cercare e, appena trovo qualche cosa d’interessante, mi ci fiondo in tutta foga per essere sicuro che nessun altro mi rubi il tanto sofferto pasto. A dire il vero, mai nessuno partecipa a questa competizione, sono sempre l’unico in lizza per il premio che tanto duramente perseguo.

Quel giorno non c’era verso di racimolare niente, era freddo, il cielo scuro e una leggera pioggerella iniziava a cadere; dovevo accontentarmi di quello che trovavo ed io, ad un certo punto, stremato, mi appoggiai sul ramo d’un albero. Guardando giù notai delle ghiande, non è certo un piatto prelibato ma tanto vale tentare di aprirne una col becco. Erano già diversi minuti che picchiavo la ghianda affamato ma non voleva saperne di rompersi, stavo perdendo le speranze quando uno dei tanti uomini che trafficavano il marciapiede si avvicinò a me. Al momento ebbi paura, sussultai: questi animali sono strani, hanno un aspetto a dir poco goffo e irritante ma, non so come, loro hanno il potere sulla flora e la fauna. Mi allontanai ma, chissà perché, non scappai, magari sentivo che l’uomo non mi avrebbe fatto del male, o magari ero solo incuriosito. Fatto sta che questo prende la ghianda e, con un po’ di fatica, la spacca davanti ai miei occhi. Trasalii ancora, non capivo le sue intenzioni. Poi me la lascia lì, la ghianda aperta, e se ne va. Non ebbi più paura, di solito sto all’erta perché gli uomini sono assai pericolosi, e poi si temono le cose che non si conoscono o capiscono; dicevo, non ebbi paura e mi avvicinai al pasto donatomi da questo famelico animale e lo consumai, devo dire, piuttosto fieramente. Una volta mangiato ripresi il mio volo, quel giorno volai fino alla sera, solo tra i miei pensieri e il profumo dell’aria…”

Il mio mondo è collassato ancora. Tutto quello che avevo iniziato perché lo sentivo, come ogni più aleatoria altra cosa è converso. Ed ogni volta che questo accade la mente s’evolve.

Finché non ci s’interroga non si conosce il motivo delle proprie azioni, per quanto profondo esso sia. Sapevo però che dovevo rimanere solo. Non sono stato mai attaccato alle abitudini, anzi, in me c’è sempre un insito bisogno di cambiare magari per evolvermi e crescere. O magari perché quando ti aggrappi alle cose poi non puoi più distaccartene, a dire il vero non riesco nemmeno a legarmi alle abitudini, a volte mi sarebbe piaciuto perché fan parte di quelle cose che ti dànno sicurezza. Cambiamento, quindi, per me significa libertà che, indipendentemente da me, è la prima cosa indispensabile della mia vita. Ma, più d’ogni altra cosa, libertà comporta solitudine; dal canto mio, non l’ho mai temuta, magari gli altri l’hanno fatto per me.

L’amore, invece, è il mio progetto supremo, ma che rappresenta solo uno scopo per cui vivere, ma che troppo spesso è incompatibile con la libertà.

Che sia stato questo ricorrente contrasto a spingermi ad allontanarmi da tutti, sarebbe dir poco.

Sono intelligente. Non mi fermo a ciò che soddisfa i miei bisogni, io devo cercare, capire, scrutare le cose finché sono interessanti. Questo costa molto, questo essere al di sotto della superficie mi allontana da tutti. E non dovrebbe essere così, ma ognuno ha i suoi problemi mentali che lo costringono ad assumere strani, inappropriati comportamenti. Finora, nella mia vita, ho conosciuto davvero poche persone prive di certe congetture mentali; forse solo una, e forse l’unica con la quale non mi annoio a discorrere.

Molti non ragionano con la propria testa, si attaccano alle verità degli altri, cercando di sapere da altri quello che li renderà felici. Ma si sa: ognuno gioca per sé. Ragionare per conto proprio costa fatica. Vuoi perché si ha paura di conoscere palesemente dove si sbaglia: meglio vivere nell’incertezza consolandosi con piccole gioie che disfare l’inguardabile matassa che ogni giorno si aggroviglia di più. Vuoi perché questa paura fa propendere la mente a voltarsi verso un più dolce orizzonte fatto dei piaceri che certamente si conoscono come le proprie tasche, che certamente dànno quello che promettono, al solo prezzo di intricare un altro po’ la già inguardabile matassa.

Capita allora che ci si appigli a una cosa o a un evento credendo di riscattarvici la propria, malsana, esistenza. “Dopo sarà una nuova vita.” Pensava Carla prima di andare con Leo (Gli indifferenti, A. Moravia). Ma per cambiare la propria vita non si deve cercare in essa ma dentro noi stessi, smembrando la nostra interiorità per fare la nostra vita conseguenza di noi e non viceversa. La vita di Carla, dopo essere andata con Leo, non è infatti cambiata.

Il Piacere. Dirige la nostra vita, i nostri istinti; anche se non ce ne accorgiamo, anche se sembra così velato da poterlo controllare in qualsiasi istante, è lui che guida le nostre azioni e talvolta anche i nostri pensieri. L’uomo, si sa, è una macchina che, per adempiere al suo scopo, deve mantenersi in vita, quindi ogni cosa che favorisca questo genera piacere che lo guida verso la strada fisiologicamente giusta da seguire. Mangiare, bere, dormire, stare al caldo, rinfrescarsi ma anche molto di più; e, ammesso che lo scopo dell’uomo sia continuare la propria specie, è chiaro che riprodursi costituisce il più soave dei piaceri.

Il bello è che l’uomo è libero. Quindi il piacere costituisce solo un suggerimento per l’uomo e non un obbligo; anche se è il più allettante suggerimento che ci sia.

Esso è in grado di formare una persona sin dalla nascita, portandola a seguire determinate strade piuttosto che altre, e ciò è giusto finché la persona stessa non smette di ricercare e si accontenta del mero piacere.

Bisognerebbe inseguire la felicità e non il piacere.

Quando poi cerco di confrontarmi con qualcuno e cerco di scavare, di rivoltare tutto, estremizzare per capire qualcosa (magari insieme, producendo discorsi interessanti), succede che quel qualcuno si offende. Prende ciò che dico come un attacco personale, oppure lo interpreta a suo modo credendolo una reliquia sacra. Non v’è modo di ragionare con le persone, ognuno deve ragionare da sé per capire davvero, il problema è che nessuno la fa mai. Non dico quanto questo faccia comodo alla politica, volendo ci si arriva benissimo, e comunque non basterebbe un’intera giornata. Dico solo che l’opinione degli altri è importante e la si può accettare, la si può fare propria, ma esclusivamente solo dopo aver pensato con la propria testa: si deve contraddire ogni nuovo ragionamento fino allo stremo. Ecco perché l’Uomo deve continuamente analizzare, per evolvere la propria mente e crescere. Cose disse Einstein, “la mente che si adatta ad una nuova idea non può più tornare allo stato iniziale”.

Mi allaccio ora a quest’ultima frase. La maggioranza dei problemi mentali che ha la gente derivano dall’insicurezza, dal non credere abbastanza in se stessi. Per essere idonei a questa vita che ci vuole superuomini. Tutti abbiamo le capacità per essere felici e non serve essere superuomini. Bisogna forse prima chiedersi se noi ambiamo più ad essere felici o a superare gli altri. Questo comporta chiedersi se superare gli altri renda felici. Ecco che abbiamo risposto alla prima domanda.

La maggior parte delle persone sa di avere problemi mentali, e vuole risolverli senza farsi male, sempre accompagnato dal tepore dei propri, consueti piaceri. Invece bisogna iniziare a fare qualcosa per uscirne, magari iniziando dalla frase di Einstein…

Sono intelligente. Mi annoio ancora a discorrere con la gente (non dico che voglio discorsi complicati, mi basta la sanità mentale) perché, per quanto siano intelligenti o meno i miei interlocutori, ogni volta mi cadono su qualcosa, e perdono il loro “fascino”. Quest’ultima affermazione verrebbe certamente interpreta da tutti come un’offesa, tutti mi attaccherebbero e nessuno cercherebbe invece di dimostrare il contrario. Ed io cado nell’interloquire con tutti attraverso semplici concetti, limitando al triviale comunicare lo scopo del comunicare. E se fossi un superuomo non avrei certo l’autorità di uccidere per accaparrarmi la stima degli altri (cfr. Delitto e castigo, Dostoevskij).

Mi allontano allora da ogni cosa, sto da me perché sento di averne bisogno. E ogni giorno, andando avanti da solo, soffro, m’interrogo, capisco, cambio schemi mentali, vivo, mi sento bene. Finché ogni piccola cosa che avevo lasciato, ogni nuova cosa che ho fatto, ogni cosa che gli altri hanno lasciato in me va a convergere lentamente. E un bel giorno il mio mondo collassa, riesco ancora a crescere di un inscendibile gradino.

Il suo corpo se ne stava lì seduto, sul tetto di un palazzo, con il viso verso il sole dell’alba che delicatamente si appoggiava sulla sua pelle e ne accendeva pallidi rosa. Alcune lacrime appena in fondo agli occhi vitrei non s’erano ancora completamente asciugate. Il cadavere, triste e fiero si appoggiava ad un comignolo appena fumante dei carboni della sera innanzi. Con queste parole lasciava l’infausto mondo:
“Ora tutto scorre bene nella mia vita, si dice che una debba lasciare la scena al momento del suo maggior successo, perché non tornerà più così alto. Tutto procede nel migliore dei modi e non v’è più alcun motivo di migliorare, forse ho raggiunto ciò a cui aspiravo. Infatti. Ora che non ci sei non sono e se non sono no ha senso continuare a vivere. Forse sei lì da qualche parte, ma proprio non ci riesco a venirti incontro, qualunque cosa faccia io mi allontano sempre più da te. Il tempo mi allontana da te, dal mio sogno. Non voglio cadere tra i tentacoli del comune destino! Sì, sarebbe tutto più facile, ma non straordinario, senza il pathos dell’amore non esiste vita.
Così, finalmente, aspetterò in eterno, in un posto dove il tempo non ha le redini e non potrà allontanarci.”
Sicché, dopo esser caduto, volse lo sguardo insù; gli mancava il solitario escursionista che arrancando saliva verso gli astri, per non guardare il triste pianeta. Egli che v’era caduto con cento volte il suo peso, avvinghiato dalla gravità, riuscì ad alzarsi in piedi. Le sue ossa s’irrigidivano, i suoi muscoli diventavano sempre più forti, il suo corpo aumentava di peso per sopportarla. Ma combattendola ne era sempre più legato, finché nessun paio di ali l’avrebbero più librato sin sulle stelle, neanche il cielo azzurro gli sarebbe stato permesso.
Restava così: seduto in cima ad un palazzo, triste e fiero.

Stare in silenzio ad osservare. Rompere il silenzio con i sottili comuni rumori, importanti perché tutti li conoscono. Appoggiare uno alla volta i piedi per terra, con tutto il nostro peso, perché siamo giganti noi uomini, e produrre il suono consueto, che appaga le aspettative. Fermarsi poi per guardarsi allo specchio, esaminare puntigliosamente l’aspetto, avvicinarsi per controllare un particolare sul viso, magari vicino agli occhi e d’un tratto guardarsi nelle pupille, nell’iride e allietarsi. Allacciare i bottoni, uno ad uno, udendo sempre quel seppure impercettibile schioccare. Per esser pronto per uscire e vedere altri esseri umani come te. Sai come si comportano, per cosa soffrono o si divertono, sai cosa vuol dire provare emozioni, sono esattamente come te. Lo sai ma non lo capisci finché volontariamente non ti ci immedesimi.
Notare l’eleganza e l’orgoglio dell’uomo prima ancora ch’egli parli. Meglio se si tratta di una donna, perché in qualche modo effonde un’interessante aria di mistero. Un mistero svelato ma mai risolto.
Attraversarne il corpo, tra la visione e il profumo, tra i gesti e i suoni. Ha le unghie curate, s’è abbinata le scarpe con il vestito che s’intravede dal cappotto, perché è freddo oggi, ella come me deve coprirsi per non soffrirlo. Chissà per quale combinazione di modelli d’attrazione ove si sia proiettata abbia scelto quelle scarpe. Fatto sta che le stanno bene, le donano uno meraviglioso stile. Osservarla legarsi i capelli lunghi. Notare la giovinezza in lei ed in noi stessi, esserne ammaliato. Restarne amareggiato sapendo che un giorno finirà. Poterle parlare. Poter parlare alla gente ed esser sicuro che gli altri ti capiscano. O almeno capiscano cosa oggettivamente vuoi dire. Sapere che se parli complicato, per metafore o astrazioni, loro ancora possono capirti. Ma non sempre riescono o vogliono farlo.
Non farsi capire. Capire chi non vuole farsi capire. Smascherare, senza dirlo, un’intenzione nascosta o un’emozione o un dolore. Rendersi conto di quello che sta succedendo e tacere. Ritrovarsi in qualcuno un po’ più giovane di te. Chiudere le valige. Controllare, quando si torna a casa la notte, l’ora, la temperatura, il tempo. Accovacciarsi sotto le coperte per cercare il calore. Piangere da soli commiserandosi. Guidare per ore ascoltando solo i propri pensieri. Entrare da soli in chiesa. Prendere il tè con qualcuno solo per il fatto di prendere il tè. Scrivere lentamente facendo scorrere la penna sulla carta, inalando l’odore dell’inchiostro. Svegliarsi all’alba. Passeggiare per i campi. Lavorare con cura ai propri progetti. Osservare gli altri inseguire i propri. Osservare gli altri aiutarsi. Vedere una madre amare il proprio figlio. Vedere il padre esserne fiero. I fratelli difenderlo. Constatare che tutti intorno a te ti vogliono bene. Volergliene di più senza dirglielo. Sentire il respiro, labile e vitale. Voler abbracciare qualcuno, senza farlo. Pensare, per un attimo, che tra la cattiveria degli esseri umani può esservi straordinaria empatia. Ammalarsi. Poi curarsi. Essere entrambi in imbarazzo. Ferirsi e guardare il sangue fuoriuscire da dentro te. Assaggiarlo curiosamente. Notare che tutti si feriscono. Prendere il caffè. Desiderarlo solo a causa dell’allettante parola. Scolarsi un bicchiere di rum come fosse acqua. Sentirsi insoddisfatti e svuotati dopo essersi aperti. Ricominciare. Ricordare.

Ragni

"E se lassù ci fossero soltanto dei ragni o qualche cosa di simile?", disse a un tratto.
"Quest’uomo è pazzo", pensò Raskòlnikov.
"Noi ci rappresentiamo sempre l’eternità come un’idea che non possiamo comprendere, come una cosa immensa, immensa. Ma perché dovrebbe essere immensa? E se poi ci fosse lassù una stanzetta, simile a una rustica stanza da bagno affumicata, e in tutti gli spigoli ci fossero tanti ragni! Se l’eternità non fosse altro che questo! Io, sapete, a volte me la figuro così!"
"Ed è possibile, è mai possibile che non ve ne facciate un’idea più confortante e più giusta!", girdò Raskòlnikov con un senso di malessere.
"Più giusta? Chi sa? Può anche darsi che questa concezione sia giusta, e, sapete, io l’avrei fatta così di proposito!"

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Misery

Sento che ora potrei vomitare. Sto male. Come l’anima c’ha finalmente trovato il suo pasto e non può nutrirsene, perché non basta per tutti gli affamati che ne bramano l’assaggio. Ed io non voglio altro cibo, se non il tuo. Vorrei che il corpo potesse morire senza la sua anima, vorrei che dolcemente tutto il mio sangue s’arrestasse senza il battito d’un cuore arso dai sentimenti, divenuto ormai vacuo.
Ho finito il mio libro, dopo anni alla ricerca d’una lirica, il simbolo della mia gioia e allo stesso tempo della mia tristezza che ogni volta effonde in me poesia, tanto affascinante quanto dolorosa.
E la sofferenza si cura, come il male, a volte anche l’avvenire si cura, ma la grazia non deve esser curata, la dolcezza, l’empatia e l’amore devono esser salvate attraverso le nostre strazianti pene.
Così è impossibile placare il mio dolore perché non riesco a non aver bisogno di te.

Veneficio

Quiete,
nelle orecchie ancora il rombo del motore.
Leggero dolore.
I timidi raggi sbattono intensamente
Contro le foglie delle viti d’autunno
E ne accendono l’amaranto foriero
Gli artifizi umani hanno saturato
lo spazio nella testa,
la plastica nei graziosi pupazzi cuciti,
il dolce sapore dello zucchero estratto dai tuberi,
l’ordine delle migliaia di fibre che s’intrecciano nei miei abiti,
il nauseante odore delle banconote,
il discontinuo scorrere del tempo misurato
si sono espansi lentamente dentro me,
a rendermi più evoluto.
Sputerei ogni cosa come fosse veleno,
mi abbandonerei per sempre
alla pienezza della luce del sole,
vivrei nel sogno di un dimora nell’infinito del creato
empiendo delicatamente i miei sensi,
sfiorando ogni istante di felicità
a guardare l’immortalità del tramonto
che scivola dolcemente dietro le colline
senza proferir parola.
Mi getterei nella braccia della mia vita,
nel suo eterno calore mi addormenterei
lasciandole quello che di me rimarrà:
il mio cuore, ormai spogliato d’ogni inibizione.
Il sole a metà svanisce in un soffio,
fissandolo illumina lo smeraldo nei miei occhi,
per l’ultima volta
e malinconicamente se ne va.

Ho messo quel collegamento a Word lì, sulla barra di avvio veloce, di modo che quando mi viene in mente un pensiero possa immediatamente scriverlo. Perché loro restano per poco nella mente, effondendosi ti attraversano per un istante, lasciano una volatile scia che vogliamo divenga filo delle nostre idee.
La vita non è fatta di futuro, né di sogni, è il presente che in questo momento stiamo vivendo, che non dobbiamo lasciarci sfuggire. Dicono. E come lo si intrappola? Cercando di godere il più possibile? Facendo più esperienza? Emozionandoci? Sì, mettiamoci a piangere, così, tanto per non farci sfuggire il momento. Oggi quello che ci spaventa di più non è la paura di non riuscire a sopravvivere, ma di non riuscire a vivere. E la corsa finirà presto, e presto ci troveremo senza poter fare più niente per vivere, anche se siamo riusciti a vivere. Allora l’aspetteremo soddisfatti, con la pancia piena, proni al suo cospetto.
Baciami, ché la bellezza va svanendo; affronta passivamente la vita, ché non puoi domarla. Al contrario, sii il più stupido possibile e potrai goderti il comfort di un posto costruito intorno a te. Non metterti contro la vita, la sorte e la fatalità ché non avrai quello che vuoi. Perché lei ti sussurra gentilmente cosa volere, e non c’è niente di meglio di un essere umano per enfatizzare un’idea, trasformarla in un regno incantato, realizzare una capanna ed esser soddisfatto di non aver costruito una baracca.
Non avrai quello che vuoi ma forse sarai soddisfatto di non aver avuto quello cui aspiravi.
Ora hai davanti l’ultima possibilità, quella che se non la prendi ora non tornerà più, quella che va colta, va afferrata al volo, quella che devi essere sempre pronto ad affrontare. E goffamente cerchi di acchiapparla, ma tutti sanno che quella è la tua possibilità, unica, ultima, irripetibile, perfino lei stessa lo sa e si lascia acciuffare. Goffamente. Idealmente. Senza alcun senso. Quando poi svanirà, resterà dell’aria pesante che pesantemente e palesemente ignorata, passerà.
Ora poi, devi comportarti assumendo un ordinario nonché serio stile. Devi far capire all’altro quello che già chiaramente sa. Per condurlo lungo strade che ha percorso più volte di te. O, se preferisci, puoi implicitamente gareggiarci su. Troverai tutto questo inaspettatamente sorprendente e vorrai ripeterlo e non giudicherai né vivrai le successive repliche, ti basterà sapere che saranno tutte come l’originale e poi ne sarai, come di consueto, soddisfatto.
Amare senza soffrire, ottenere denaro senza faticare, avere senza dare: tutti lo facciamo, il brutto è che il conto si paga dopo, inesorabilmente, senza scegliere come e quanto.

La vita è tempo. Tempo intangibile, tempo relativo, tempo astratto.
Non possiamo fermarlo, non possiamo allungarlo.
In questo tempo di vita vogliamo lasciarci un segno, senza un motivo, senza un senso. Vogliamo vivere quanto più possibile, vorremmo riempire la tasca dei ricordi a farci stare tutte le esperienze, tutte le sensazioni, tutte le emozioni che siamo in grado di provare.
E sappiamo che non ci basterà. Corriamo verso il nostro amore eterno e perfetto, corriamo incontro ai nostri più cari amici, a tutti i divertimenti e piaceri che la natura ci offre, vorremmo conoscere tutte le genti ed ascoltare per ore le storie di tutti, sapere ogni cosa, leggere tutti i libri, vedere tutti i film, ascoltare tutta la musica. Proveremmo qualsiasi lavoro per una vita, saremmo campioni in ogni disciplina, saremmo anche gli ultimi. Sogniamo la nostra casa, la nostra famiglia, vorremmo amare ogni Venere del nostro cammino, essere centomila persone. Vorremmo vivere infinite vite diverse e uguali, con ognuno condividerne una.
Vorremmo passare giorni a ricordarci, a riflettere, a capire.
E mentre cerchiamo di riempire il nostro tempo ci accorgiamo che sta sfuggendo, che non tornerà più, che un lampo non s’intrappola. Quel che di noi resterà, cambierà le cose, ma mai il tempo.

Un secondo ad aprire alla pagina dei ricordi,
un secondo sul foglio intonso con la penna stilografica gonfia d’inchiostro,
un secondo a perdere la visione pensandoti,
delineando il tuo volto diafano nel buio della mente,
conducendo le emozioni, dal dedalo dei sentimenti, su di te.
Sapendo d’ignorare ogni dolore,
sapendo di rubare tempo all’utile,
esigendo la pigione.
Voglio mostrarti me, privo d’orgoglio.
Voglio elevarmi da questo mondo sporco d’egoismo.
Voglio incontrarti nel mio cuore
per esser pienamente tronfio di me.
Voglio una speranza per continuare a sopportare il male.
Voglio viverti
per un secondo
prima di aprire quel libro polveroso…

Drevis, 29/07/2008

Piove

Piove. Apro la finestra per sentire il rumore delle gocce che cadono dall’alto, tristemente, e si posano sugli oggetti, bagnandoli e loro si freddano inermi lasciandosi scivolare l’acqua addosso. Le gocce precipitano al suolo, irrorandolo, diffondendo nell’aria un profumo, a noi familiare, evocatore di memorie.
Piove. Apro la finestra per ascoltare i tuoni, annunciati da lampi di luce silenziosi, che mi fanno sentire protetto nella mia stanza e più il tempo si infuria, più mi sento rassicurato.
Non accendo la luce, la penombra delle nuvole scure del cielo rispecchia il mio animo.
Un re è triste quando non trova un erede degno per il suo trono, un eroe è triste se non c’è una bella che valga la pena di essere salvata, un cittadino vorrebbe un bravo presidente a cui affidare i frutti del suo sudore, come un egizio vorrebbe un semi-Dio a governarlo.
O il regno del re, il coraggio dell’eroe, il lavoro del cittadino e la devozione dell’egizio varrebbero nulla.
Nulla. Nulla nella mia testa intrigante, nulla tra le mie mani grandi, nulla attraverso la penombra della mia stanza interessante, nulla alla fine della strada ambita, nulla oltre il possibile delizioso.
Non è il mondo delle favole.

Bianca

Il mio orgoglio da servente ti rendo

Il mio corpo con piacere immenso

A te per una sola notte vendo

Finché fomenterà quel tuo senso

E gaudio mio il tuo tormento attendo

Eluder impossibile il mio compenso

‘Che ancor domani tornerai adulando

A soffrir del tuo supplizio propenso

Drevis, 25/05/2008

Limiti

Tutto intorno a me si ingrandisce e la mia mente viaggia fino ad arrivare ai confini dello spazio e del tempo, dove posso ancora vedere oltre e i limiti si dissolvono, la parola fine perde ogni significato ed io divento piccolo e insignificante, per un attimo. Poi la mente prende il controllo e mi riporta sul mio pianeta ed io capisco che non posso vedere al di là della mia realtà.

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Torpore

Intrappolato in una tela argentata, nel cuore della notte con la luna piena, me ne sto lì ad osservare il mio giustiziere avvicinarsi lentamente, non riesco a scrollare dal mio corpo epico i sottili fili che mi legano sin dal profondo del cuore a sentimenti eroici. Cadere ora significa lasciare l’argenteo splendore del sole riflesso per sfuggire alla morte spassionata ma vana per un fascinoso scheletro nel deserto del lato arcano della vita.

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C’era una volta una ragazza che non era mai uscita di casa, e non ne sentiva il bisogno perché a lei piaceva quella situazione e non voleva cambiare o forse aveva paura di quello che non conosceva. Lei non amava il rischio, amava la sicurezza e il suo piccolo mondo era sicuro, consueto e semplice ma non c’era angolo di questo che lei non conoscesse. Un ragazzo un giorno si interessò a lei, così i due si fidanzarono. Passarono alcuni mesi e lei non si sentiva ancora innamorata e finì col lasciarlo. Tornò allora nel suo mondo caldo e familiare.

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18/07/2007

 

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Perché non ci sei? Perché non riesco ancora a trovarti? Sono intrappolato nel mio mondo e mi sembra vuoto, incompleto senza di te. Sto ancora male, soffro nel vedere nelle altre la tua assenza e allo stesso tempo il tuo bisogno che mi pervade, mi fa sognare e mi rende triste perché ancora una volta sto vivendo, sto respirando, sto sprecando tempo nella tua attesa. Non sono niente se non il migliore degli uomini senza una ragione, un motivo per cui sentirmi tale. Sono tuo e lo sono sempre stato e tu sei lì, amo il tuo profumo, amo la tua pelle, il tuo corpo e la tua graziosa incertezza, amo il tuo carattere e la tua semplice superiorità. Rispetto a me. Te che hai il mio cuore nelle mani, te che hai il mio corpo innanzi, te che mai ti sentirai superiore. Eccomi, né ora né mai avrò bisogno di altro, solo io di te e tu di me. Eccomi, ti sto aspettando perché mi manchi…

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Nessuna emozione trapela da una vita d’inerzia, con la compagnia della solitudine e la consuetudine della coscienza. Aspettando l’alba la mia pelle si usura, la mia mente si adatta ad un orizzonte senza luce acceso per un attimo dall’amaranto oltre le colline lontane.

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Un posto remoto

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